Junk food, …veleno per la mente.

Ludwig Feuerbach, filosofo bavarese dell’800, coniò la famosa frase – “Noi siamo ciò che mangiamo” – e mai come oggi questa sua sibillina affermazione risulta a mio parere appropriata per descrivere una parte degli “affanni” della nostra società. Una tesi di questo genere necessita di solide basi su cui poggiare e quindi mi sarà perdonata un’apparente divagazione che funge da premessa. Se è vero che il 95% degli animali usati in laboratorio per testare ogni genere di farmaci e alimenti destinati all’assunzione e al consumo umano sono roditori, e di questi l’83% sono topi, significa probabilmente che quel 99% di DNA in comune tra uomo e topo è considerata, dall’intero universo medico scientifico e accademico, una misura significativa per garantire effetti simili nelle due specie in seguito all’esposizione a diverse sostanze presenti in natura o fabbricate dall’uomo stesso. La realtà, come spesso accade, è sorprendente, e ci rivela in questo caso che il topo, in una parte importante del film della nostra vita, interpreta lo “scomodo” e non retribuito ruolo della controfigura che gira le scene pericolose al posto nostro e forse, a ben pensarci, meriterebbe più rispetto e considerazione quando lo si intrappola nell’angolo tra il muro e la scopa. Ovviamente quello da laboratorio, comunemente chiamato “cavia”, non si sacrifica di sua spontanea volontà facendosi impiantare orecchie umane, elettrodi vari e colture virali e/o cancerogene, ed è quindi costretto a subire torture di ogni genere per soddisfare la sete di conoscenza dell’homo sapiens. In America questa pratica è comunemente accettata anche nelle scuole primarie, dove, nei laboratori di scienze, ci si limita per lo più ad osservazioni di tipo “soft” evitando di sottoporre i topolini ad inutili sofferenze. In uno di questi esperimenti, però, è accaduto qualcosa di inaspettato che ha spaventato i giovani scolari di una scuola di Appleton, nel Wisconsin: la proposta di osservazione consisteva nel monitorare il comportamento di due gruppi di tre topi ciascuno, alimentati con cibi diversi: il primo con “junk food” (merendine, dolcetti, bibite, patatine, etc.) e il secondo con cibo integrale. Le differenze nelle due gabbiette si notarono fin da subito con il primo gruppo che manifestava marcate tendenze asociali e un’insolita aggressività che spesso sfociava in veri e propri combattimenti; inoltre i topi alimentati a “schifezze” avevano perso le loro tipiche abitudini notturne e di giorno correvano senza sosta distruggendo i giochi a loro disposizione. Al contrario, il gruppo alimentato con cibo “normale” aveva conservato le abitudini notturne e la tendenza a socializzare. Dopo due mesi di esperimento, una mattina, il docente trovò uno dei topi alimentato con le merendine ucciso e divorato dai suoi due compagni di gabbia. A quel punto sostituì il cibo spazzatura con del buon cibo e nel giro di tre settimane i topi “assassini” tornarono alle vecchie abitudini e ad un comportamento naturale. Quello che l’esperimento evidenziò, al di là dei nefasti sviluppi, fu la composizione delle due diete, che differiva per la presenza di conservanti, coloranti, addensanti, dolcificanti, etc. Tutte sostanze che riuscivano quindi a modificare il metabolismo, l’umore e le reazioni dei topi. Quando la voce sull’accaduto si sparse, alcune scuole dello stesso distretto vollero ripetere l’esperimento con modalità leggermente diverse, nell’intento di proteggere il più possibile i topini. Modificando la normale dieta, solo per pochi giorni, con cereali ricoperti di zucchero, caramelle, biscotti e bevande gassate dietetiche, bambini e insegnanti notarono, fin dal giorno successivo alla prima assunzione, un repentino cambiamento nel comportamento dei topolini che, diventando pigri e scontrosi, cominciarono a nascondere il cibo passando molto tempo della giornata a lisciarsi il pelo. Ora qualcuno potrebbe sentirsi autorizzato a pensare che gli effetti sui piccoli topi non possano coincidere con quelli sugli uomini, perché questi ultimi, pur essendo simili a livello genetico, hanno, in fin dei conti, dimensioni e caratteristiche molto diverse dai loro parenti di DNA. Invece anche gli uomini, e in particolare bambini, sembra risentano pesantemente del tipo di alimentazione “subita”. Lo ha dimostrato uno studio eseguito in Inghilterra su 277 bimbi, a cui hanno dato da bere per due settimane succo di frutta con l’aggiunta di coloranti artificiali e conservanti, per una quantità’ totale in grammi molto inferiore ai livelli consentiti negli alimenti e nelle bevande normalmente in commercio. Chiedendo ai genitori di descrivere su un diario il comportamento dei figli, senza sapere quando questi assumevano il succo artefatto e quando il succo naturale, i ricercatori si sono ritrovati in mano una serie di risultati che associavano al periodo di assunzione del succo corretto con additivi chimici una marcata tendenza a disturbare gli altri, una capacità della concentrazione intermittente, una persistente difficoltà a mettersi a dormire, una predilezione per il gioco solitario e una predisposizione agli attacchi di collera. Ma l’evidenza più netta del rapporto tra cibo spazzatura e disturbi del comportamento, è venuta fuori in una scuola secondaria americana dove era normalmente necessaria la presenza continua di un poliziotto per impedire incidenti con armi e risse quotidiane, una scuola dove i docenti passavano il tempo non ad insegnare ai ragazzi, ma a tentare di mantenere l’ordine e la disciplina in classe. Il cambio di alimentazione degli studenti, avvenuto sostituendo il contenuto delle macchinette per le merendine e le bibite e la variazione nella composizione della dieta in mensa, produsse una sorta di rivoluzione trasformando la scuola, nel giro di un solo anno, da uno degli Istituti più problematici della zona ad un modello da seguire. Quello che gli insegnati notarono fu un progressivo miglioramento dell’umore, del comportamento, della concentrazione, dell’attenzione e quindi del profitto di tutti i ragazzi. Esempi che evidenzino il rapporto diretto tra “cibo spazzatura” e comportamenti anomali ce ne sarebbero ancora da riportare, ma questo tipo di ricerche, non godendo dell’apprezzamento di molte aziende, viene spesso boicottato e i risultati tenuti in un cassetto. Credo, quindi, sia più utile sottolineare l’atteggiamento superficiale di chi, occupandosi di informazione, non pone il giusto accento su questo tipo di esperienze, permettendo al mercato di trascinare verso il successo prodotti gonfi tanto di pubblicità, quanto di veri e propri cocktail velenosi sui quali nessuno conosce realmente il potenziale nocivo. Ora possiamo anche andare avanti ad illuderci che tutto ciò che mangiamo e beviamo non influisca sulla nostra salute, anche mentale, e su quella dei nostri figli, a patto di non meravigliarci troppo quando cominceremo a sentire un’irrefrenabile voglia di “lisciarci il pelo”, …magari a vicenda!

 

Riferimenti Bibliografici: L’inganno a Tavola di Jeffrey M. Smith.

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