Che fare in Afghanistan?

 

Mettiamo a confronto due posizioni su un argomento, che oggi è nostro malgrado di grande attualità.

PERCHE’ ANDARSENE DALL’AFGHANISTAN

Ritirare le nostre truppe dall’Afghanistan dopo questo ennesimo episodio di sangue. …Anzi, non esserci mai andati.

Non perché siano morti dei soldati italiani – di afgani civili inermi, insieme ai ribelli talebani, ne sono morti a migliaia in questi anni, anche se non ne avete mai letto né sentito – ma perché, come tutte le guerre, anche questa ha motivazioni inconsistenti di facciata che nascondono subdole ragioni geopolitiche ed economiche.

Intendiamoci, gli operativi che sono saltati per aria la scorsa settimana, è necessario ricordarlo, conoscevano perfettamente lo scenario di rischio all’interno del quale andavano ad operare, e per libera scelta – per necessità, direbbe qualcuno – hanno deciso di partecipare all’operazione militare contro i Talebani e quella parte cospicua del popolo afgano che da sempre li sostiene.

E’ perfettamente inutile quindi strapparsi i capelli per i soldati italiani caduti durante l’ultimo attentato terroristico, se non si capisce per quale motivo siamo andati lì a “difendere la nostra libertà e i nostri valori esportando democrazia a suon di bombardamenti”.

A coloro che sostengono che siamo andati in Afghanistan a liberare un paese oppresso da un governo dittatoriale imposto ad una popolazione inerme da un gruppo elitario di estremisti religiosi che violano i diritti umani, devo rispondere che il mondo è pieni di esempi meritevoli delle attenzioni della Nato; ma nessuno, credo, si sognerà mai di andare a disturbare i cinesi, che sistematicamente, da anni, perseguitano con torture, sparizioni, esecuzioni sommarie e omicidi a scopo di espianto di organi, le minoranze etniche e religiose dei territori sotto la loro influenza.

Se i Talebani sono biasimabili per le odiose restrizioni e per le vessazioni imposte alle donne, non meno esecrabili dovrebbero essere considerate le leggi approvate dall’attuale Parlamento in carica, che permettono ai mariti di lasciare senza cibo le proprie mogli se queste non soddisfano i desideri sessuali dei coniugi, e che le costringono a chiedere il permesso per uscire di casa.

Se questo è ciò che stiamo difendendo, forse non abbiamo ben chiaro il concetto stesso di libertà.

A coloro che sostengono l’operato della Nato giustificandolo con la necessità di sconfiggere il terrorismo e catturare il capo di Al Qaeda, ritenuto responsabile primo degli attentati dell’11 settembre 2001, rispondo che in otto anni di missione siamo riusciti a radere completamente al suolo un Paese con le sue primitive infrastrutture, sommergendolo di esplosivi all’uranio impoverito, terrorizzando e martoriando la popolazione civile, senza raggiungere nemmeno lontanamente lo scopo prefissato. Bin Laden & company sono ancora a piede libero e non mi pare che la costruzione di scuole e ponti ne comporti automaticamente la preventiva demolizione con missili aria-terra.

Qualcuno pensa che una delle ragioni collaterali che ci hanno spinto ad intervenire in quella particolare regione del Medio Oriente sia stata le volontà di stroncare alla radice il traffico della droga. Mi duole purtroppo evidenziare che la produzione di oppio, dopo aver subito un temporaneo arresto durante il periodo di dittatura talebana, è via via aumentata a dismisura in questi anni di presidio militare, arrivando a coprire il 93% del fabbisogno mondiale. Per inciso, anche il fratello dell’attuale presidente Karzay è salito all’onore delle cronache per la sua particolare predilezione nel commercio di stupefacenti.

Tanto per chiarirci, l’intervento militare in Afghanistan ha motivazioni ben più venali di quelle presentate al mondo per giustificare la morte dei nostri soldati.

Quel paese è intercettato dalla direttrice di uno dei gasdotti potenzialmente più redditizi mai messi a progetto, frutto di un accordo trilaterale siglato il 30 maggio del 2002 da Turkmenistan, Afghanistan e Pakistan. Controllare l’Afghanistan significa controllare il crocevia strategico delle future strade del gas e del petrolio provenienti dalla regione del Caspio e quindi controllare una parte cospicua delle riserve energetiche presenti sul nostro pianeta.

Anche questa è una sporca guerra coloniale.

Gianluca Barile.

PERCHE’ RESTARE IN AFGHANISTAN

Giovedì 17 settembre, il sangue di sei soldati italiani morti ha bagnato le strade di Kabul.

Come è facile dire sulla base delle emozioni del momento: “Portiamo a casa i nostri militari.”, oppure: “Non dovevano neanche partire”, considerando che in queste circostanze si vedono tentennare perfino i vertici dello stato.

Eppure è proprio in questi frangenti, che bisogna affermare con voce chiara: “Restiamo in Afghanistan”.

Intanto bisogna cominciare col dire con franchezza, sgombrando il campo da ipocrisie che non stiamo parlando, se non sulla carta di una “missione di pace”, bensì di guerra.

Guerra tra chi con tutti i suoi difetti, cerca di esportare almeno un minimo di libertà e chi vuole imporre a quel paese un tipo di regime, in cui la parola democrazia è equiparabile ad una bestemmia e che in futuro ha l’obiettivo di esportare questa rivoluzione integralista in altre nazioni.

Ecco perché non possiamo nemmeno semplicemente fregarcene, per poi guardare con diffidenza qualcuno che incrociamo a piedi per le nostre strade che ha l’aspetto straniero o veste abiti diversi dai nostri.

Mi viene in mente il tentativo del presidente americano Obama, di far passare una riforma sanitaria che dovrebbe garantire a decine di milioni di statunitensi cure mediche anche a spese dello stato, coperture sanitarie di cui oggi sono sprovvisti. Ebbene qualche migliaio di loro connazionali ha manifestato per le strade di Washington, in quanto non disponibile a qualche sacrificio economico, perché ciò accada. Sarà pure una posizione estrema quella di questi americani ultraconservatori, ma il diritto di rispettarla e farla conoscere pubblicamente è un ingrediente fondamentale di quella che chiamiamo libertà di espressione.

Viceversa i talebani che in Afghanistan si trovano sull’altro lato della barricata rispetto a noi, non hanno nessuna intenzione di permettere ai loro compatrioti, oggi ed in futuro posizioni dissenzienti dal loro dettami fanatici e crudeli.

Due esempi: chi ha fatto esplodere la bomba con attentato suicida non ha avuto la minima remora, a far morire insieme coi nostri connazionali, almeno una ventina di afgani, che si trovavano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Inoltre gli stessi talebani, quando erano al potere, trattavano le loro donne quasi come animali, obbligandole a coprirsi come delle maschere (cosa che non è certo un precetto del Corano, come qualcuno pensa) e impedendole di frequentare scuole consegnandole così totalmente alla piaga dell’analfabetismo e della prevaricazione sessuale.

Badate bene non c’è nessuna pretesa di guerra di religione e di supremazia cristiana (in nome di Cristo nei secoli dei secoli si sono commessi crimini da far impallidire Hitler e Stalin), ma semplicemente un difficile tentativo di consegnare un futuro un po’ meno tragico per quelle popolazioni.

Certo si sarebbe potuto mai andare in quell’angolo di Asia, sia che si chiami Afghanistan, sia che si chiami Iraq, né noi italiani né altri.

In Iraq le cose erano comunque diverse, premesso che Saddam era un dittatore sanguinario, non l’unico nel panorama mondiale, si era detto dall’amministrazione Bush, che il Rais possedeva armi nucleari che poi si sono rivelate inesistenti, per giustificare un’invasione, che aveva l’unico scopo di realizzare una supremazia militare e quindi vantaggi economici (il petrolio sgorga abbondante da quelle parti). Naturalmente l’esecutivo italiano con la schiena non esattamente diritta e seguendo la tradizione del belpaese che prevede di “correre in soccorso al vincitore”, si è prontamente affiancato a Stati Uniti e Regno Unito.

Invece l’Afghanistan dei Talebani precedente all’attacco della coalizione, era già un gigantesco covo di terroristi, talmente organizzato da poter pianificare quello che sarebbe stato l’11 settembre.

Anche se dobbiamo mettere in preventivo che la normalizzazione a quelle latitudini, ammesso che sia realizzabile, potrebbe necessitare di molti anni, se si dovesse dare retta a chi dice “torniamo subito a casa”, non passerebbe molto tempo che al potere, ritornerebbero i guerriglieri dalle barbe incolte.

Anche le posizioni politiche incerte del governo potrebbero essere pericolose: verrebbero lette come un messaggio, secondo cui è bastato un attentato per far dubitare gli italiani, facciamo un altro botto o due e li costringiamo ad andarsene.

Insomma tra le due opzioni, il male minore è ahimè, quello di continuare questa missione, nella quale è il caso di ricordare, sono previsti e vengono effettuati anche importanti aiuti ad una popolazione civile stremata da decenni di conflitti, invasioni e regimi totalitari, il tutto condito da una perdurante miseria.

Oscar Pelli

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